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ZaBa Vocabolario Veneto
ZaBaApps - May 11, 2014
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ZaBa Vocabolario Veneto

A venetian dictionary in an App Android

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Features

  • more than 700 venetian words
  • history of the evolution of the venetian language
  • partition of words by typology (tag)
  • share of words



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In the following there are sections Introduction and History of the App. Translations will be available as soon as possible.
  1. Introduzione
  2. Storia della lingua veneta


Introduzione


Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi -
do tre osèi sòi magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l'ultima rama là in cao
in cao de zhiése e pra,
osèi che te à inparà da tant
te parlarà inte 'l sol, inte l'onbrìa.

Andrea Zanzotto

But you, old dialect, resist. And also if men
will forget you without be aware,
there will be birds -
maybe only two or three birds
flyed away from shoots and noise -:
tomorrow on the last branch over there
far from hedges and fields,
birds that learned you a long time ago
and they will speak you in the sun and in the shadow.


Il dialetto veneto o lingua veneta (attualmente chiamata diaɫeto dai parlanti) è una lingua romanza parlata in Italia nei territori appartenuti all'ex Repubblica di Venezia, e in località dove c'è stata una forte immigrazione veneta, come in Istria, Brasile e Messico (famosi i casi del Talian in Brasile e della comunità veneta di Chipilo [3] [4]) e l'Agro Pontino in Italia. [1]

Essa deriva dal latino volgare parlato dai Venetici latinizzati (non è quindi il proseguimento della antica lingua venetica) e si è arricchita nel tempo di elementi dovuti all'influenza di Bizantini, Longobardi e Ostrogoti, e ai contatti commerciali con moltissimi popoli del Mediterraneo, tra i quali ricordiamo greci, spagnoli, arabi, persiani e slavi.

Il termine dialetto non solo indica, come si intende comunemente, una variante regionale di una lingua ma anche una vera e propria lingua indipendente, con il suo lessico e la sua grammatica. Ciò che contraddistingue una lingua da un dialetto è il suo uso come lingua amministrativa in atti formali e la presenta di una letteratura. In realtà il veneto (così come molte lingue regionali italiane) ha una sua letteratura ed è stato usato per secoli come lingua amministrativa dell'Ex Repubblica di Venezia assieme a latino e fiorentino, ma al giorno d'oggi ha perso il suo ruolo di lingua dominante nella regione in cui è parlato, tanto che ormai anche la gente che lo parla lo considera una lingua minore. È tutelata come lingua dalla Regione Veneto ma non dallo Stato Italiano, anche se l'UNESCO la riconosce come lingua minoritaria. [1] [2]

È possibile distinguere le seguenti varianti principali: [5]

Come ben sappiamo dall'esperienza di ogni giorno, ciascuna di queste si divide in una miriade di varianti paesane, con lievi sfumature nel lessico e nella pronuncia.
Tutte queste varianti sono mutuamente comprensibili: due persone parlanti varianti diverse non hanno particolari difficoltà a comprendersi (eccetto forse per le varianti più dure di alcune valli di montagna). Non esiste una variante più corretta delle altre, sono tutte ugualmente corrette.
Quest'App raccoglie e analizza alcune parole tipiche dei dialetti veneti, anche se purtroppo è inevitabilmente orientata verso il trevigiano pedemontano, lingua madre di uno degli autori. Mancheranno quindi parole tipiche di altre varianti, ma saranno presenti le parole comuni a tutte: in tutto il Veneto usiamo (o perlomeno capiamo) i termini toso (o bocia), sbrego, mona, goto, piron e così via.
Sarebbe bello poter arricchire questa raccolta con parole tipiche di altre varianti o di mestieri ormai in estinzione e noti a pochi. Quindi gli utenti interessanti a contribuire con commenti o nuove parole sono i benvenuti; nelle prossime versioni faremo in modo di permettere agli utenti di aggiungere parole e interagire con noi direttamente dall'App.

Sperando che questo vocabolario piaccia, vi invitiamo a leggere la sezione Storia, dove presenteremo brevemente la storia di Venezia e del Veneto mostrando come si sia sedimentata nella lingua, e oltre a interessanti aneddoti sul lessico veneto, ci sarà anche qualche informazione sulla notazione usata in questa App.

Gli autori vorrebbero sottolineare che la loro preparazione non è di tipo umanistico e trattano questo argomento come appassionati, non assumendosi responsabilità su eventuali errori e lasciando il beneficio del dubbio sui vari argomenti trattati. Per quanto possibile cercheranno di essere esaurienti e citare le fonti da cui le informazioni sono tratte, ringraziando anticipatamente chi volesse segnalare errori e migliorie.

Bibliografia
[1] Wikipedia: Lingua Veneta
[2] Wikipedia: Dialetto
[3] Wikipedia: Talian
[4] Wikipedia: Chipilo
[5] www.linguaveneta.it



Storia della lingua veneta



In questa sezione tratteremo brevemente la storia del Veneto con lo scopo di mostrare come si sia sedimentata nella lingua veneta, che è stata in grado, come molti dialetti italiani, di portare ancora vive nell'uso fino ai nostri giorni parole di lingue estinte da secoli.

Questa storia, come leggiamo in [1], inizia con delle navi da guerra spartane guidate da Cleomino (sì, gli stessi Spartani di Leonida che in 300 fermarono per giorni l'avanzata di decine di migliaia di uomini di Serse), che nel 302 a.C. risalivano le sponde dell'Adriatico per fare razzie dei villaggi nelle coste. A un certo punto iniziarono a risalire un'apertura che si apriva tra delle coste basse. Proseguendo, trovarono campi coltivati con cura e qualche capanna; i soldati dovettero proseguire con scialuppe, non essendo i fondali adatti alle navi da guerra. All'altezza di un villaggio attaccarono, ma gli abitanti invece di fuggire intimoriti contrattaccarono con tanta violenza da mettere in fuga gli Spartani. Gli abitanti erano gli antichi Veneti. Questa storia, forse leggenda, forse vera, ci viene raccontata da Tito Livio, storico romano della corte di Augusto, originario di Padova e orgogliosissimo delle proprie origini venete.

Al di là di questa versione leggendaria, i Veneti erano un popolo indoeuropeo; non è tuttora chiaro da quanto si conosce della loro lingua e dei loro costumi se erano italici o celtici, in quanto presentavano aspetti di entrambi [2], mentre sembra ormai abbastanza certo il fatto che non era una popolazione illirica. La loro storia inizia ben prima del 300 a.C., probabilmente già a metà del II millennio a.C.. Una delle ipotesi più accreditate è che i Veneti condividano con i Latini la protostoria [3], nascendo come popolazione indoeuropea circa nel III millenio a.C. in Europa centrale; quando questa popolazione scese in Italia verso il XV secolo a.C., la parte veneta si stanziò appunto in Veneto mentre il resto delle parte italica (tra cui i Latini) proseguì la sua discesa. I Veneti si integrarono e andarono a sostituirsi alle popolazioni autoctone, come gli Euganei; erano conosciuti da Greci ed Etruschi, con i quali intrattenevano rapporti commerciali (dagli Etruschi appresero anche l'uso della scrittura, infatti le iscrizioni in paleoveneto sono in alfabeto etrusco). Avevano fama di essere abili guerrieri, commercianti e allevatori (famosi per i cavalli). Svilupparono una cultura propria, forse quella che ha lasciato più materiale e tracce tra quelle del Nord Italia, raggiungedo il massimo splendore verso il VIII-III secolo a.C.; tra gli elementi tipici ricordiamo i casoni veneti, case rettangolari con i tetti in paglia, i cui ultimi esempi sono giunti abitati fino a inizio '900. Verso l'inizio del loro declino iniziarono ad essere influenzati da Galli a ovest e dagli Illirici a est. In questo periodo i Veneti intrattennero buoni rapporti con la popolazione gallica dei Cenomani, che li seguì nella loro alleanza coi Romani durante le guerre contro i Galli del 225 a.C.. Dal II secolo a.C. furono confederati nella Regio X, Venetia et Istria, dove tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. Roma trasferì colonie di veterani ed altre popolazioni italiche per latinizzarli [4]; infatti gradualmente nel corso di 4 secoli abbandonarono la loro lingua a favore del latino, in parte anche influenzandolo (ad esempio i basi, i baci, derivano dal basum venetico, e non dal osculum latino, arrivati a Roma tramite le poesie del veronese Catullo).
Le tracce lasciate dal celtico non sono comunque ancora completamente sparite e le ritroviamo in baro, cespuglio, ostacolo in veneto moderno, ramo in celtico e passato anche in italiano tramite le parole barra e sbarra, braghe, infatti erano un indumento tipico dei Celti, e non dei Romani che portavano invece la tunica, il già nominato baso, impizar accendere, che troviamo anche nello spagnolo empezar, iniziare, dal celtico pettia, pezzo, tramite il latino in+pettia+are che indica il fare a pezzetti il legno per accendere, iniziare un fuoco, mona, scemo, dal celtico mones, scimmia (tutt'ora in Spagna mona è la scimmia), l'uso di pomo anzichè mela per indicare la mela (in latino il pomo era il frutto generico, ma evidentemente tra i popoli non latini come veneti e celti venne usato per indicare il frutto per eccellenza, la mela).

Al di là di pochi vocaboli che riuscirono a sopravvivere, il latino cancellò il venetico, ma l'influenza del celtico fu sufficiente a fare della lingua veneta moderna una lingua gallo-romanza, come gli altri dialetti del Nord Italia e le lingue della Francia. Tra le parole latine che sono sparite in italiano e che invece ritroviamo nel veneto di oggi (anche se passate sotto la fonetica veneta) ricordiamo: amia, in latino amita, armelino, da armeninus, frutto "dell'Armenia", mentre albicocca in italiano deriva dall'arabo (anche se a loro volta gli arabi hanno preso il termine dai latini, tramite i greci, da praecocum, precoce), cocumaro, l'antico cucumis, -eris latino che in italiano è passato a indicare ciò che noi veneti chiamiamo anguria, termine che vedremo più avanti significava cetriolo in greco, stra per fare il superlativo degli aggettivi (dall'avverbio latino extra), unquò (ancò, inquò e simili, dal latino hunc hodie, questo giorno), sorare, raffreddare, da ex aurare, espandersi nell'aria (che era presente anche nell'italiano antico nella forma di sciorare), carega, saresa (da ceresa), luganega da lucanica, perchè era il modo di conservare la carne tipico dei Lucani, persego da persica prunus, in quando importata dalla Persia (anche in italiano pesca è la contrazione della forma desueta persica), muricia o muricioɫa, da mus, muris. Alcuni termini mantengono addirittura esattamente la forma latina: butiro, caligo, sporta...

Durante l'Impero Romano, il latino si diffuse in mezza Europa e possiamo assumere che fosse all'incirca uniforme, con alcune differenze di pronuncia e lessico dovute al fatto che era parlato da popoli diversi che prima parlavano una propria lingua. Dopo la caduta dell'Impero Romano, il latino iniziò a frammentarsi e in ogni regione iniziò a evolversi in modo diverso, a seconda degli avvenimenti storici particolari di quel luogo. Ad esempio in Italia tra il 500 e l'800 d.C ci furono le dominazioni dei Longobardi e dei Goti, popoli germanici orientali, in Francia del nord si instaurarono i Franchi, altra popolazione germanica che poi si espase in tutta la Francia e gran parte dell'Italia (con il nuovo impero di Carlo Magno). In Italia, questi popoli conquistatori furono assorbiti dalle popolazioni dominate, che erano più numerose, e la loro lingua e cultura sparirono, non prima però di influenzare pesantemente delle popolazioni preesistenti. Basti pensare a tutti i termini bellici (per guerra usiamo il francone werra, non il latino bellum, ci sono poi i vari elmo, guardia, bando ecc.) e della vita di tutti i giorni (guardare, fresco, ricco, fiasco, bucato, nastro ecc.). A tal proposito, è molto interessante vedere i germanicismi presenti nella lingua italiana e alcuni dialetti [5].

In particolare nel veneto troviamo: strucare (nelle lingue germaniche moderne, lo ritroviamo nel tedesco trucken, premere), sbregare (che troviamo nell'inglese break e nel tedesco brechen, rompere), sparagnar (presente anche nella forma sparen in tedesco), vardare (presente in tedesco con warten, aspettare; qui si vede come una parola col tempo può cambiare significato in due lingue diverse, in questo caso la differenza tra vardar e warten è la stessa tra l'italiano attendere e il veneto tendare), springare (ted. springen, spruzzare e inglese spring, fonte), sbaruffare (ted. raufen, azzuffarsi), butare (nel senso di germogliare, dal gotico bautan, gettare, germogliare), brosa (dal gotico frosa e ritrovabile in ted. e inglese frozen, frost e simili), magon (ted. magen, stomaco), stracco (dal gotico strak).
Un aspetto interessante di queste parole, è che sono gli ultimi frammenti viventi delle lingue germaniche orientali, che si sono estinte senza lasciare eredi (a differenze di quelle germaniche occidentali e nordiche).

Parallelamente a questa fase di arricchimento germanico nell'entroterra veneto dovuto alla presenza longobarda prima (come testimoniano le varie Farre longobarde) e gotica poi, il veneziano fu pesantemente influenzato dal greco, essendo il territorio che vide poi nascere Venezia nell'area di influenza bizantina. L'influenza greca si è mantenuta viva nei secoli successivi a causa dei commerci di Venezia col Mediterraneo orientale. Sono greche il piron (la forchetta non era nota ai Romani, e i Veneziani ne appresero l'uso dai greci), l'anguria (anche se in greco significa cetriolo; d'altronde anche la parola cocomero italiana deriva dalla parola latina che significava cetriolo, mentre in veneto il cocumaro mantiene il significato originale del termine), la mona nel senso dell'organo femminile, i mostaci, intivare, sproto, da protomaistor, capo-cantiere in greco, di cui la parola ricorda l'atteggiamento, musigna, da elemosina, nonchè molti altri termini passati prima tramite un adattamento latino.
Un bel esempio è màsena, macina, tramite il latino machina, dal greco; mechanè, strumento per fare. Questa parola, che originariamente indicava macchinari di vario genere, è passata a indicare un particolare apparecchio, la macina appunto, ed ora non riusciamo quasi a riconoscerne la forma originaria in quanto storpiata dalla pronuncia veneta. La stessa parola è stata reintrodutta a distanza di secoli, tramite un prestito dall'italiano machina, per indicare un nuovo tipo di macchinario, l'automobile. La stessa parola quindi vive in due forme, quella veneta antica e veneta moderna, con significati molto diversi (anche se concettualmente molto simili). C'è da dire che la fonetica veneta antica (i suoni tipici delle sue parole) ormai vive solo nelle parole venete "vecchie" usate nella vita di tutti i giorni, ma è cambiata negli ultimi secoli avvicinandosi a quella italiana. Quindi se da un lato ci sono appunto la masena, le domeneghe, i partidori, dall'altro di recente ci sono le machine, la plastica, i tratori (anche se c'è anche il plastegon...), senza netta differenziazione dalla pronuncia italiana, che anzi sta guadagnando terreno sia sul lessico che sulla pronuncia (bicière sta pian piano sostituendo gòto e non è nemmeno storpiato in qualcosa tipo bisèr come probabilmente sarebbe stato secoli fa).

Prima di continuare con la storia, vediamo qualcosa in più sulla fonetica; a tal proposito è utile introdurre l'alfabeto fonetico internazionale [9] (IPA, international phonetic alphabet), un particolare alfabeto, simile a quello latino ma esteso, che fa corrispondere ad ogni simbolo un suono. Infatti l'alfabeto latino era nato per le esigenze fonetiche dei latini, e nel tempo ha visto aumentare il numero di suoni che doveva riuscire a rappresentare (infatti è oggi usato per la lingua di molti popoli), raggiungendo lo scopo solo tramite convenzioni che in genere non sono univoche. Ad esempio nell'IPA, ciao si scrive /'tʃao/, schiocco /'skiɔkko/ e sciocco /'ʃɔkko/. Con questi altri esempi mostriamo alcune differenza con l'alfabeto latino: /'ɲɔkko/ (gnocco), /ʎi/ (gli), /'dʒa/ (già), /'dʒɛnte/ (gente), /'gjattʃo/ (ghiaccio), /'sale/ (sale), /ko'zi/ (così), /'dzendzero/ (zenzero), /'tsukkero/ (zucchero).
In veneto non esistono i suoni /ʎ/ e /ʃ/, infatti spesso le persone anziane hanno qualche difficoltà nel pronunciarle, non essendo state abituate a usarle fin da piccole con l'italiano, e le rendono con /l/ e /s/ (es. famiglia-familia, fascista-fasista, da leggere /'fasista/ e non /'fazista come leggerebbe probabilmente un italiano). In generale la fonetica latina ha preso strade leggermente diverse in veneto e in italiano (sono comunque intelligibili, infatti il veneto si colloca in quel continuum linguistico che da castigliano e catalano, passando per l'occitano e i dialetti gallo-italici del Nord Italia, arriva agli altri dialetti italiani). La /dʒ/ viene gestita in modo diverso a secondo della variante di veneto, può essere espressa come /d/, /z/ o /dz/, ad esempio gente può essere pronunciato /'dzente/, /'zente/ o /'dent/. Le occorrenze di /ki/ke/gi/ in genere sono presenti come /tʃi/tʃe/dʒi come chiesa-cèsa, chiave-ciàve, ghiaccio-giàsso (anche solo iàsso); inoltre in veneto esistono per lo meno due suoni sconosciuti all'italiano: /s'tʃ/ che in italiano è reso solo come /ʃ/ (probabilmente un veneto tenderebbe a leggere con pronuncia scorretta l'italiano scervellarsi, comunque in italiano esiste il fonema simile /zdʒ/, come in sgelare) e /ð/, la stessa dell'articolo inglese the, anche se questo suono tende a essere sostituito da z o altri, in quanto associato a ignoranza. Parole con questi suoni sono s-ciosso e sucato (che oltre a /'tsukato/ e /'sukato/ , viene pronunciata anche /'ðsukat/). In alcune varianti sopravvive ancora la trasformazione del suffisso -ve/-vo in -f (piof, nef, nuof...) criticata al trevisano da Dante durante la sua rassegna dei dialetti italiani, mentre nel De vulgari eloquentia cercava una lingua poetica volgare. Infine altri elementi tipici sono la resa di /k/ con /g/ e di /t/ con /d/ (domenega, nevegada), l'uso di -aro o -èr dove in italiano si usa -aio, il participio passato per i verbi della seconda coniugazione in -esto e per alcuni della terza in -isto (questo suffisso regolarizzante si è diffuso nel XIII secolo circa e dal XVII secolo ha iniziato a cadere in disuso nelle grandi città, ma è ancora presente in campagna).

Dopo questa parentesi fonetica, torniamo al punto storico dove eravamo rimasti. Dopo la caduta dell'Impero Romano, in Veneto il latino si stava trasformando in un volgare ricco di germanicismi e grecismi; inoltre nascevano nuove parole dal latino esistente, come bovolo, le lumachine bianche, da bovus, animale con le corna, quindi il bovolo è un piccolo animale con le corna, passato poi a indicare anche i vortici, scarseɫa, orignariamente una borsetta dove mettere le monete di piccolo taglio, poi passata a indicare le tasche, radego, dalla forma latina erratico, originariamente come errare in italiano era un aggettivo che indicava qualcosa che vaga, che devia dalla retta via, per poi passare a indicare i difetti, mentre in italiano gli errori, ciacolare, petegolo (da peto, a sottolineare la negatività del termine), imbrojare, da broɫo, orto in celtico, in quanto la tradizione dice che dietro al Palazzo Ducale c'era un orto dove andavano i senatori veneziani per mettersi d'accordo prima delle votazioni, inbrojavano per l'appunto. Si noti come molte di queste parole sono passate poi all'italiano, che non deriva solo dal toscano, ma ha preso prestiti da tutti i volgari italiani, con il veneziano in prima fila, in quanto lingua di uno dei più influenti Stati d'Italia per buona parte del millennio scorso (si pensi a buona parte del lessico marinaro, a parole tipiche di quello politico, cantiere, arsenale, giocattolo, che non è né il balocco toscano né il ludo latino, ecc..). Il più lampante degli esempi è ciao, evoluzione della forma di saluto s-ciao tuo (simile concettualmente a al vostro servizio, o al Servus austriaco, che ha origini latine), ed ora una delle più conosciute parole italiane.

Ricordiamo che i primi nuclei abitativi nell'area di Venezia erano formati da abitanti dell'entroterra che cercavano di sfuggire dalle invasioni barbariche rifugiandosi in laguna, e all'inizio della propria vita si trovavano nell'area di influenza bizantina (la Venetia Maritima) che ne fece un ducato per cercare di arginare la spinta di longobardi [6]. In poco tempo doge iniziò a essere eletto dal popolo, ma l'Imperatore non tolse il suo appoggio a Venezia a causa della minaccia longobarda. Con l'arrivo dei Franchi, che sottrassero Ravenna a Bisanzio, e la nascita del Sacro Romano Impero di Carlo Magno nel 800, Venezia iniziò ad avere delle divisioni interne tra filo-bizantini e filo-franchi, ma alla fine vinsero i primi tenendo comunque solo marginale l'influenza dell'Imperatore Bizantino [6]. A partire circa dal 1000 questa indipendenza di fatto venne reso ufficiale anche dall'Impero Bizantino, che assegnò al Doge il titolo di Dux Dalmatiae (doge è il veneziano per dux, che in italiano è reso con duca). In questo periodo Venezia si era già espansa in Istria e Dalmazia, che conquistò per fermare gli assalti dei pirati slavi.

Dopo il 1300, iniziò la sua espansione territoriale maggiore: si espanse in tutto l'entroterra veneto e friulano, arrivando verso il 1500 a dominare anche le isole Egee, Creta e Cipro. Per un certo periodo occupò anche gran parte della Grecia e parte della Crimea (i suoi commerci arrivavano infatti fino al Mar Nero). La presenza di molti domini e colonie commerciali in tutto il Mediterraneo fece addirittura sì che il veneziano fosse adottato come una delle lingue franche per i commerci in quel periodo. Venezia considerava i suoi domini suddivisi in tre tipologie: il Dogado (equivalente veneto di ducato), corrispondente alla fascia costiera in cui nacque il primo nucleo di Venezia, lo Stato da tera, l'entroterra corrispondente circa agli attuali Veneto e Friuli e lo Stato da Mar, le varie isole e coste Mediterranee appunto [7].
Oltre alle guerre per l'espansione, ci furono anche svariate guerre con le Repubbliche marinare italiane rivali, in particolare Genova, con il papato e le potenze europee, e una parziale partecipazione alle Crociate. Famosa è la guerra contro la lega di Cambrai nel 1508-1510, in cui Venezia resistette a un assalto da parte di una coalizione europea comprendente tra gli altri Papato, Francia, Asburgo, Spagnoli e il duca di Savoia. D'altro canto è anche famosa e infamante la quarta crociata, guidata da Venezia e trasformata da crociata contro gli saraceni in guerra di saccheggio di Costantinopoli (allora ortodossa).
E proprio dalle Crociate e più in generale dai contatti con Arabi e Persiani arriva un'altra ricca parte del vocabolario veneziano (e più in generale italiano ed europeo). Dagli Arabi ci arrivano molte parole che iniziano nel loro articolo al-, alcool (anche se in veneziano è semplicemente spirito), alchimia (e quindi la forma più moderna chimica), alambicco, elisir, albicocca (tramite lo spagnolo antico), carciofo (tramite lo spagnolo antico alcarchofa, diventato carciofo in italiano e articiocco in veneziano, forma in cui è stato esportato nel resto d'Europa, basti pensare all'inglese artichoke), e molti altri.
Dal persiano (che ricordiamo è una lingua Indoeuropea), ci arrivano naransa (da narang, frutto preferito dagli elefanti, in italiano la n iniziale è stata assorbita dall'articolo e la forma è stata influenzata da Aurum, oro), saraban, tramite il tardo latino caravana, che ha mantenuto il solo significato di carro in veneto, pigiama, papussa...

Oltre ai commerci, il lessico di Venezia si arricchì anche attraverso le sue dominazioni: troviamo infatti termini come britola o paltegan, da antichi termini slavi (oggi troviamo ancora in sloveno britva e in croato britze, coltello, e sempre in sloveno podgana per ratto, anche se potrebbe derivare semplicemente dal latino ponticanus (mus) (topo del Ponto) come in italiano).

In alcuni termini veneti riusciamo a vedere cristallizzate addirittura le leggi della Serenissima: pensiamo al casoin (in italiano pizzicagnolo) e al becaro o bechèr (il macellaio). Nel medioevo era previsto che ogni bottega vendesse un solo tipo di prodotto, fosse esso formaggio o carne, e il casoin era appunto il venditore del formaggio (caseum in latino) mentre il becaro era colui che vendeva la carne di becco, il maschio della capra (anche in italiano antico c'è il termine beccaio). Essendo la carne di becco la carne rossa più diffusa, nel linguaggio popolare il becaro ha iniziato a indicare il luogo per eccellenza dove si acquistava la carne e non è stato soppiantato come in italiano dal più generale macellaio. Allo stesso modo il casoin si è evoluto in una botteghetta un po' più fornita della sola vendita di formaggi, anche se ora il termine rischia di sparire a causa della grande distribuzione.

Proprio nel momento di massimo splendore si ebbero una serie di fatti sfavorevoli: le continue guerre avevano prosciugato le casse di Venezia, inoltre da un lato l'avanzata araba gli stava sottraendo territori nel Mediterraneo orientale, dall'altro la scoperta dell'America del 1492 aveva improvvisamente spostato il centro economico dell'Occidente dal Mediterraneo all'Oceano Atlantico. Dal 1600 la politica di Venezia dovette cambiare e riadattarsi a questa nuova situazione: molti veneziani andarono a colonizzare l'entroterra veneto, construendo le famose ville venete, ville patrizie con tutto il necessario per sviluppare l'attività agricola. Infatti erano costituite dalla villa vera e propria, residenza dai signorotti, e dalle barchesse, complessi dove si custodivano gli attrezzi, si immagazzinavano i prodotti e così via. Questo periodo circa tra il 1530 e il 1796 fu caratterizzato dall'assenza di guerre nell'entroterra veneto e infatti viene ricordato come Pax Veneta. Essendo uno Stato senza legami con quello pontificio, la Serenissima fu anche un ambiente fertile per scienziati che nel resto d'Italia avevano meno libertà di espressione (si pensi al caso di Galileo Galilei); inoltre ricordiamo moltissimi artisti, architetti, musicisti e commediagrafi di fama internazionale, come il Giorgione, il Tintoretto, il Tiepolo, il Canaletto, il Palladio, il Canova, Vivaldi, Goldoni.
Nonostante (e forse proprio a causa di) la sua dichiarata neutralità nella campagna francese in Italia, Venezia venne invasa e depredata da Napoleone, e fu campo di scontro tra francesi e austriaci. Venne poi ceduta da Napoleone all'Austia col trattato di Campoformido, perdendo la sua millenaria indipendenza. È da ricordare anche che il Veneto fece parte del Regno d'Italia napoleonico tra il 1805 e il 1814, periodo in cui Napoleone riconvertì molte chiese in stalle per i suoi eserciti, e che Venezia fu uno dei pochi stati a non essere ripristinato dal Congresso di Vienna nel 1815. Nei motti del 1848, per pochi mesi fu per l'ultima volta indipendente, quando Daniele Manin e Niccolò Tommaseo guidarono una rivolta anti-austiaca poi fallita. In ogni caso vanta il titolo di Repubblica più longeva d'Europa, con la prima elezione del doge Paulicio Anafesto nel 697 e l'abdicazione di Lodovico Manin nel 1797, per un totale di 1100 anni.

L'impronta linguistica francese si limita a qualche ratatuia: negli ultimi secoli abbiamo preso in prestito termini come paɫetò, gilè, reclame, crumiro ,che originariamente era il nome dei briganti della Crumiria, le cui scorribande furono usate dalla Francia come pretesto per instaurare un protettorato in Tunisia; il termine passò a indicare in Francia chi non si unisce alle cause degli scioperi e il termine fu ripreso con lo stesso significato dagli italiani. In veneto il termine mutò significato in avaro, evidentemente perchè chi non sciopera è perchè ha fame di soldi. Oltre a questi abbiamo le varietà di vini, come il Merlot e il Cabernet.

Un po' più consistente invece l'impronta austriaca che vediamo nei schei (sghei o ghei anche in Lombardia), da Scheidemünze, le monete da un centesimo austriache, nei franchi, con cui abbiamo fino all'ultimo indicato anche le lire, le sine, da Schiene, rotaia in austriaco in quanto furono costruite per la prima volta in Veneto per unirlo alla Lombardia e all'Austria durante la dominazione austriaca, lo spritz (letteralmente spruzzo), originariamente vino bianco tagliato con acqua e spruzzato di Seltz in quanto il vino veneto era troppo forte per i soldati austriaci abituati alla loro birra (si noti che spritz significa spruzzare, in quanto era anche spruzzato con soda o simili, e anche il termine sprizzare è un germanicismo dovuto a Goti e Longobardi), e molte altre parole dovute più alla convivenza di confine tra veneti e austriaci che non alla dominazione, come canederli, finferli, ecc..

A questo punto è interessante fare la seguente osservazione: da bizantini e longobardi/goti il veneto ha assorbito molti termini della vita di tutti i giorni, che difficilmente due popoli (specie con lingue tanto diverse come germanico, greco e latino) si scambiano a meno che questi non abbiano convissuto e lavorato assieme per generazioni; i prestiti persiani e arabi sono relativi a vestiti, frutta e tecnologie, tutti oggetti tipici dei commerci dei veneziani con quei popoli. Anche i prestiti dal francese sono per lo più di vestiario e cibo, mentre dall'austriaco ci sono prestiti tipici dell'ambito amministrativo (il nome dei soldi e di elementi ferroviari, costruiti per l'appunto dal governo dell'epoca).

Tra Ottocento e inizio Novecento si hanno gli ultimi neologismi in veneto con "scelte" diverse dall'italiano, come fulminanti invece di fiammiferi, originariamente aggettivo di solfanelli fulminanti, paneti per i pop-corn, rabalta per indicare la patta dei pantaloni, riciclando il termine usato per le aperture anteriori e posteriori delle calzamaglie da notte, aparechi e machine per aerei e auto, usando prestiti dall'italiano un po' come fu usato pomo per mela dai veneti col latino, moto pic per martello pneumatico, goldone per preservativo, dalla marca Gold One dei preservativi che avevano Americani e Inglese durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il riciclo di termini vecchi è abbastanza frequente, ad esempi continuiamo a montare e smontare da auto e treni, usando gli stessi verbi usati quando si usavano i cavalli.

Siamo giunti ai giorni nostri, in cui l'italiano è nettamente la lingua dominante in Italia, tutti lo parlano e si ha un stato di diglossia o addirittura di dilalia [8] tra italiano e dialetti, ovvero queste lingue convivono, con l'italiano usato in ambiti formali (e anche informali in caso di dilalia), e i dialetti solo in ambiti informali o addirittura solo privati. Eventuali parole aggiunte al veneto ormai sono solo prestiti dall'italiano un po' storpiati in fonetica, teɫefonin (cellulare), ciaveta (chiavetta USB), ma ha definitivamente cessato di innovarsi. Sta anzi perdendo molte parole a favore di varianti più simili all'italiano, come subiare è diventato sufiare (ma ci sono ancora i subiotti, anche se si sta perdendo la concezione del fatto che la parola significa fischietto), nodare invece di nogare, volare invece di zolare, ecc..
La realtà sociale è cambiata radicalmente negli ultimi decenni. Si è passati da una popolazione prevalentemente contadina a cittadina, anche nei piccoli paesi di campagna; c'è stato un aumento notevole del benessere e del livello di istruzione, le tecnologie cambiano lo stili di vita ad un ritmo incalzante e l'italiano stesso fatica a non farsi travolgere dall'inglese nell'assorbire nuovi termini, specie ora che anche l'inglese è abbastanza compreso da parte della popolazione. Le necessità moderne sono difficilmente esprimibili tramite una lingua che ha fermato la sua evoluzione un paio di secoli fa ed è senza dubbio più facile esprimerle con l'italiano, dal momento che è una lingua ancora in piena evoluzione ed in grado di adattarsi al mondo che cambia.
Inoltre bisogna notare che a partire dal ventennio fascista, per italianizzare veramente l'Italia (che all'epoca vedeva ancora ben radicati i vari dialetti regionali), si è cercato di indebolire le culture locali: è stata calcata molto la mano sul fatto che parlare i dialetti è da ignoranti e si è cercato di far cadere nel dimenticatoio i periodi storici precedenti l'unità d'Italia. Tutt'ora la popolazione ritiene da ignoranti parlare il proprio dialetto e quasi se ne vergogna. È invece impressionante vedere ai giorni nostri nella Svizzera Tedesca o in Austria con quanto orgoglio la gente parla il proprio dialetto germanico, difficilmente comprensibile a un tedesco che non l'abbia mai sentito, così come gli irlandesi e gli scozzesi con le loro incomprensibili lingue neo-celtiche. La propaganda è senza dubbio una cosa subdola, soprattutto in questi casi in cui sembra veritiera, ma altera il profondo sentimento che si dovrebbe avere per la proprio lingua vernacolare, la lingua dei propri nonni e genitori.
Oggi, sempre più genitori insegnano ai figli solo l'italiano, per "avvantaggiarli" a scuola, in modo non facciano confusione tra italiano e dialetto: negli anni della globalizzazione bisogna comunicare con tutto il mondo, quindi è più utile imparare seconde lingue come l'inglese, il russo, il cinese, piuttosto che il dialetto, che si adatta solo ad uno stile di vita arretrato e lento, come era quello della vita contadina o delle botteghe del secolo scorso, e che poteva essere accettabile solo fino a qualche decennio fa, quando molte famiglie avevano ancora il proprio punaro (o punèr). E pensare invece che per la sua dinamicità, il veneziano aveva trova posto tra le linghe franche del Mediterraneo nel 1500.
La scomparsa di una lingua è un processo inevitabile, accaduto molte volte nella storia (anche in questo breve riassunto gli antici Veneti hanno abbandonato spontaneamente la loro lingua in favore del più culturalmente forte latino e i Longobardi e Goti l'hanno vista sparire in meno di due secoli assorbita dai volgari italiani) e non completamente negativo, è sintomo di progresso; una lingua che ha esaurito la sua spinta innovatrice viene pian piano sostituita da una ancora nel pieno delle forze. Certo però rimane un po' di malinconia per gli ultimi parlanti (almeno quelli che vi si sentono legati) vedere la propria lingua a poco a poco morire senza poterci fare nulla, specie quando la motivazione ufficiale è che parlare il dialetto è da ignoranti e boari, quando chi dice queste parole con alta probabilità non sa nulla della storia che si nasconde nelle parole dialettali e probabilmente non usa neanche correttamente congiuntivi e condizionali nell'italiano.

Abbiamo visto come il veneto ci offre uno spaccato di storia non indifferente: evolutosi in modo autonomo dal latino popolare dei Veneti e subendo gli influssi di moltissimi popoli, già 5-600 anni fa era una lingua matura e da allora si è evoluto relativamente poco, traghettando fino ai giorni nostri caratteri linguistici antichi. Negli ultimi due secoli ha iniziato a sbiadire sotto l'influenza dell'italiano, lingua più giovane e ancora in piena evoluzione, a suo tempo molto influenzata dal veneto, in un naturale processo storico di succedersi di lingue. La speranza che rimane agli autori è che la dinamicità e l'elasticità che hanno permesso al veneto (o meglio, al veneziano) di interagire con tutto il Mediterraneo, evolversi, assorbire parole arabe, persiane, spagnole, tedesche, slave e greche senza perdere la sua identità, gli permetta di sopravvivere ancora un po' in questo terzo millenio, facendo conoscere a qualche altra generazione i tesori del passato che nasconde.

Quest'App contiene una bozza di vocabolario con etimologie e curiosità su qualche centinaio di parole venete. Gli autori invitano gli utenti interessati a collaborare per estendere il vocabolario a varianti locali o termini tipici della vita artigiana e contadina, a segnalare eventuali errori o a dare altri suggerimenti.

Bibliografia
[1] A. Zorzi, La Repubblica del Leone, Tascabili Bonpiani, 2011.
[2] F. Villar, Gli Indoeuropei e le Origini dell'Europa, Società Editrice il Mulino, 1997.
[3] Wikipedia: Venetici
[4] Wikipedia: Regio X
[5] Treccani: Germanicismi nell'Italiano
[6] Wikipedia: Repubblica di Venezia
[7] Wikipedia: Stato da Mar
[8] Wikipedia: Diglossia
[9] Wikipedia: IPA